venerdì, Aprile 19

Caporetto: le ragioni di una disfatta – seconda parte

Continuiamo la nostra sommaria analisi sui perché della più grande ed umiliante disfatta subita dalle forze armate italiane.

Gli ordini vaghi e retorici degli dell’Alto Comando Italiano

Da Cadorna, ai suoi principali generali Capello, Cavaciocchi, Badoglio c’era l’assurda convinzione che la gestione di un così vasto esercito si potesse assicurare attraverso l’emanazione di circolari ed ordini che trasudavano vaghezza e retorica in modo impressionante. C’era la sottesa convinzione che bastava prescrivere delle volontà, per altro in modo magniloquente e spesso infarcito di aggettivi astrusi, affinché la realtà si conformasse ai desiderata degli Alti Comandi italiani.

Si andava da Capello che scriveva in una sua disposizione che “l’attacco doveva sempre avere il carattere di una valanga” a Cavaciocchi, che sentenziava in una sua circolare che il nemico andava annientato con “un fuoco sterminatore” oppure che “il tiro di sbarramento doveva risultare magistrale”. Quanto alle nostre mitragliatrici dovevano essere “appostate con arte, con ardire, con genialità”. Gli ordini e le prescrizioni di questo genere non erano un’eccezione ma la norma. Va da se, che soprattutto in un esercito come quello italiano, estremamente gerarchizzato e che non incoraggiava l’assunzione autonoma di responsabilità in base a quello che succedeva sul terreno, si trattava di disposizioni quanto mai vaghe e spesso prive di senso che avevano l’effetto di paralizzare la già ridotta autonomia dei comandanti di brigata o di reggimento.

L’organizzazione dell’esercito

Come abbiamo già accennato l’esercito italiano, privo di quella flessibilità che invece caratterizzava le forze armate tedesche, si strutturava, a livello di reparti combattenti in compagnie di un centinaio di uomini divisi in 4 plotoni spesso comandate da un’aspirante diciannovenne senza alcuna esperienza. Il plotone era poi suddiviso in squadre di una decina di uomini ma si trattava di una suddivisione puramente amministrativa che non aveva riflessi nell’utilizzo sul campo di battaglia. Invece, per l’esercito germanico, le squadre costituite da 7 od 8 uomini spesso comandate da ottimi sottufficiali erano una fondamentale articolazione operativa, cardine della tattica di infiltrazione che i tedeschi ormai dominavano già dai tempi di Verdun e che sarà una delle ragioni del crollo repentino non soltanto della prima linea italiana ma anche della seconda che doveva resistere ad oltranza ed anzi contrattaccare.

Per la verità nel giugno del 1917, ovvero circa 3 mesi prima di Caporetto, Cadorna ormai consapevole dell’importanza tattica della nuova articolazione aveva emanato un ordine intitolato Istruzione provvisoria teso a ridisegnare la struttura combattente a livello di compagnia, ma il 24 ottobre questa riorganizzazione era ancora lungi dall’essere metabolizzata dall’esercito.

Le truppe d’assalto e l’infiltrazione

La struttura a squadre dell’esercito germanico era strettamente connesso ad un’innovazione tattica che i tedeschi avevano sperimentato con successo da circa un anno, l’infiltrazione. Per la verità questo fu il nome che i francesi attribuirono a questa innovazione tattica che avevano sperimentato direttamente sulla loro pelle.

Questa novità che gli italiani stavano appena iniziando a studiare prevedeva che gli attacchi non dovessero più essere effettuati da ondate di soldati ammassati che andavano a farsi massacrare dal tiro delle mitragliatrici e della fucileria dei difensori, bensì si lanciavano, appena terminato il fuoco d’artiglieria preparatorio, piccole unità, appunto le squadre, ben addestrate e comandate da esperti sottufficiali che si infiltravano nei varchi aperti dal bombardamento aggirando le posizioni forti del difensore per attaccare poi ai lati od addirittura alle spalle, lasciando poi alla fanteria il problema di bonificare e rastrellare le unità nemiche rimaste isolate.

Ogni squadra operava in perfetta autonomia rispetto alle altre e godeva di ampia flessibilità rispetto alla situazione che concretamente si evolveva sul campo. L’infiltrazione richiedeva però un addestramento accurato a livello di battaglione, compagnia e squadra in modo che ogni battaglione avesse il suo reparto di Sturmtruppen. L’obiettivo finale era quello di addestrare l’intero esercito alle nuove metodologie operative. Gli italiani avevano anche loro contingenti di truppe d’assalto, gli arditi, ma questi soldati totalmente separati dal resto della truppa, venivano utilizzati per colpi isolati, disperati, dove si necessitava di uomini disposti a tutto. Azioni isolate senza alcun vero valore aggiunto strategico o tattico.

Durante le offensive, sia pure aggregati alle unità attaccanti, erano a giudizio di molti alti ufficiali, per la loro scarsa disciplina e l’eccessivo individualismo non soltanto ininfluenti ma addirittura dannosi.

…continua….

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