giovedì, Giugno 20

Le prostitute nel cinema

Sai Jill, mi ricordi mia madre. Era la più grande puttana di Alameda e la donna più in gamba che sia mai esistita. Chiunque sia stato mio padre, per un’ora o per un mese è stato un uomo molto felice.  (C’era una volta il West).

I giudizi sulle prostitute si prestano a visioni del  mondo del  tutto  contrastanti, secondo Bataille la donna in quanto oggetto  del desiderio è la prostituta nel senso  più nobile del termine: una cortigiana.

Il cinema ha invece  scelto da sempre il concetto  più dispregiativo,  quello  della  puttana vittima patetica e sconfitta da circostanze avverse  più grandi  di lei. Nei classici di Mizoguchi (1898-1956) La vita di O-Haru – Donna galante (Saikaku ichidai onna) (1952) e La strada della  vergogna (Akasen chitai) (1956) prevale una lotta tragica tutta al  femminile. In Accattone (1961)  e Mamma  Roma (1962) di Pasolini le prostitute sono  l’espressione  quasi iconografica del sottoproletariato urbano. 

In Questa è  la mia vita (1962) di Jean Luc Godard si prende spunto da un’inchiesta  giornalistica per tracciare un  profilo archetipo delle donne di vita.  In Belli e dannati (1991) di Gus Van Sant entrano  in scena due prostituti che si vendono indifferentemente ad  uomini e donne,  in un’interpretazione on the road del  mestiere più antico del mondo.  Il film che è una  libera interpretazione dell’Enrico IV di Shakespeare si avvale oltre che di  Keanu Reeves anche degli  attori River Phoenix e Rodney Harvey che finirono nel tunnel della tossicodipendenza e morirono per overdose rispettivamente nel 1993 e nel 1998.

Non manca,  come nella  migliore tradizione di Hollywood, anche la versione favolistica dove la puttana  veste i panni della novella Cenerentola come  in Pretty Woman (1990) dove Julia  Roberts marcia inarrestabilmente verso il lieto fine con il  pigmalione milionario Richard Gere.

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