mercoledì, Aprile 17

Luigi Capello, il rivale di Cadorna

Se possibile  il comandante  della II Armata  che sarà  travolta a Caporetto  è una figura ancora  più controversa di Cadorna. Lugi Capello, classe 1859, si presentava con una figura imponente, quasi obesa ma con un carattere  irruento,  passionale e spietato  che lo  portò  presto ad essere  detestato dai suoi ufficiali e dalla  truppa.

Per alcuni era  il  miglior  generale  del Regio Esercito durante  la Grande Guerra, anche se quasi tutti concordavano sul fatto che Capello dava  il meglio di sé nelle operazioni militari offensive. Il suo linguaggio sfociava spesso  nel  turpiloquio e  non aveva in alcuna considerazione l’incolumità dei propri uomini, tanto che gli fu affibbiato il  soprannome di “macellaio”.

Capello  era uno dei pochissimi ufficiali sotto il  comando di Cadorna  ad essere di umili origini e a non appartenere alla  cosiddetta  cricca  lombarda. La sua carriera fu stroncata  dalla  disfatta di Caporetto e dal  suo  singolare  comportamento in quelle drammatiche fasi.

A Capello si rimprovera  di non aver sufficientemente organizzato la difesa delle posizioni italiane anche se a sua discolpa  occorre rilevare  che l’esercito italiano era nel complesso  impreparato  a gestire una guerra  difensiva avendo passato  tutto  il conflitto  all’attacco, anche se con scarsi risultati dal punto di vista strategico.

Sta  di fatto che nella notte  tra il 25 e il 26 ottobre  mentre tutto  il fronte della  Seconda Armata stava collassando, Capello si diede  malato  e chiese di essere sostituito al comando, attirandosi così il disprezzo di molti ufficiali e la costernazione dello stesso Cadorna.

Durante  le audizioni della  Commissione d’inchiesta il generale  dovette  difendesi non soltanto rispetto alla sua condotta durante lo sfondamento di Caporetto ma anche  ad un suo presunto tentativo, ingraziandosi politici e quelli che noi oggi definiremmo opinion leader, di subentrare  al posto di Cadorna. Capello negherà decisamente  questa manovra dichiarando ai parlamentari che egli era “un generale ed un italiano  e non un generale  turco  o spagnolo”.

Il  caso aveva voluto che il  più brillante generale offensivo del nostro esercito si trovasse a dover fronteggiare la spallata austro-tedesca di Caporetto mettendo cosi a nudo la totale impreparazione del comando e delle  truppe  ad una guerra difensiva.

Dopo la  fine del conflitto  Capello parteciperà  alla marcia su Roma ed  aderirà  al fascismo,  ma quando nel 1923 il  regime sancirà l’incompatibilità tra  massoneria e fascismo, prenderà le distanze  da quest’ultimo. 
 Capello dichiarò apertamente la propria appartenenza massonica   e nel 1924 difese fisicamente dagli attacchi fascisti la sede centrale del Grande Oriente d’Italia, Palazzo Giustiniani.

Capello fu arrestato a Torino con l’accusa di aver preso parte all’organizzazione del fallito attentato contro Mussolini   organizzato dal deputato  Tito Zaniboni. Nonostante la sua professione di innocenza verrà condannato a 30  anni di reclusione. Rimarrà in carcere per dieci anni uscendone il  22 gennaio 1936. Morirà a Roma il 25 giugno del 1941.

  

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