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Il bombardamento di Montecassino: un tragico errore?

È il 15 febbraio  1944 quando circa 250 bombardieri alleati scaricano  un inferno di bombe sull’abbazia di  Montecassino. Siamo nella  seconda fase della battaglia che prende nome  da  questo luogo di culto che nella sua millenaria storia è stata per cinque volte raso  al suolo,  una volta  per cause naturali e quattro volte per opera  dell’uomo.

Le origini dell’abbazia

L’abbazia  di Montecassino viene  fondata  nel 529 da San Benedetto dopo che il  santo aveva già sperimentato delle piccole  comunità monastiche nei pressi di  Subiaco, definendo quella  che sarebbe diventata la famosa Regola  benedettina.  L’abbazia sorse su un tempio  pagano dedicato ad Apollo e fu costruita sulla  sommità  della montagna, fortificandola, elemento indispensabile per  i  tempi bui che seguivano  il crollo dell’Impero Romano d’Occidente.

La fama del monastero si diffuse rapidamente tanto che  tra i visitatori illustri ci fu anche il  re dei Goti, Totila.  Quarant’anni dopo  la  morte  di Benedetto però l’abbazia fu rasa al  suolo dai  Longobardi e i  monaci scapparono a Roma, dove  vennero accolti molto favorevolmente da  Papa Gregorio.

L’epoca d’oro dell’abbazia

L’abbazia fu ricostruita soltanto nel 717 grazie all’opera  di un monaco inglese Willibald   e stavolta  resistette  per  circa due  secoli, fino  a quando fu distrutta da un’incursione dei Saraceni nel  883. Passeranno settanta anni prima che il monastero venga di nuovo  ricostruito. Inizia  così l’epoca d’oro dell’abbazia che  si ingrandisce  fino  a possedere ben 100.000 ettari di terra.  I monaci in quei secoli  svolsero la funzione essenziale  di preservare la cultura latina e greca creando  un legame  fra le civiltà del  passato  ed  il  presente  barbarico.

Questa età d’oro  giunse al suo culmine nell’undicesimo secolo sotto l’abate Desiderio   che  fece  abbellire l’abazia chiamando  i migliori artigiani  dell’epoca da Costantinopoli e avviando anche la costruzione di una magnifica cattedrale. Purtroppo, stavolta a causa di un disastroso terremoto nel 1349, l’abbazia venne rasa  al  suolo per la terza volta.

Ancora una  volta l’abbazia venne ricostruita nel volgere dello stesso secolo nel quale era stata distrutta dall’evento naturale e nel 1503 sfuggì ad  una nuova distruzione  ad opera  del generale spagnolo Gonzalo Fernandez che si trovava nella regione  per  combattere i francesi.  Narra  la  leggenda che con il  monastero ormai  minato sia stata l’apparizione della  figura di San Benedetto ad operare  un ripensamento nel l generale  Fernandez che addirittura mise sotto la sua protezione  il monastero. Nel  1866 con l’unità d’Italia quando l’allora  laicissimo governo  italiano soppresse molti ordini  monastici,  i benedettini e la loro abbazia furono risparmiati dalla  mobilitazione  di moltissime personalità in Italia ed in Europa.

La situazione tattica in Italia agli inizi del 1944

E finalmente  arriviamo a quel freddo giorno d’inverno  del  1944 quando un bombardamento insensato dal  punto di vista tattico devastò  per la quinta volta l’abbazia di Montecassino.  Quando nei primi giorni del febbraio 1944 si inizia a parlare del bombardamento del monastero, la situazione militare del Quindicesimo gruppo di armate alleate è preoccupante.

La linea di difesa Gustav organizzata dal maresciallo Kesselring sta impantanando il corso del conflitto in una guerra d’usura, dove l’inferiorità numerica e di armamenti tedesca è controbilanciata dalle fortificazioni incastonate in una morfologia del terreno (gli Appennini) che esalta la resistenza delle forze naziste. Churchill che ha a cuore, molto più dell’alleato americano, una “strategia mediterranea” riesce ad imporre agli statunitensi uno sbarco vicino a Roma.

L’Operazione Shingle viene decisa il 2 gennaio 1944, preparata in tutta fretta e con mezzi limitati, perché non deve intralciare la ben più importante Operazione Overlord. Durante i preparativi, il 17 gennaio viene lanciata un’offensiva nel settore di Cassino. L’attacco produrrà soltanto una piccola testa di ponte sul Garigliano, al prezzo di perdite ingentissime, subite soprattutto dal Secondo Corpo statunitense comandato dal generale Clark.

Lo sbarco di Anzio non da gli esiti sperati e la prima battaglia di Cassino si conclude con una situazione tattica molto negativa per gli Alleati.

La spallata

Si decide pertanto di dare una decisiva spallata alla linea Gustav in modo da rompere il fronte e costringere i tedeschi ad una disordinata ritirata. Questo incarico tutt’altro che facile viene assegnato al generale neozelandese Freyberg, veterano della Grande Guerra. Il suo piano riprende essenzialmente quello statunitense, fallito nella prima battaglia di Cassino. Si attaccherà la linea Gustav proprio nel punto più stabile, il monastero di Monte Cassino. Posto a 500 metri di altezza, il monastero domina la città di Cassino, il Rapido e l’insieme della valle del Liri, che conduce sino a Roma.

Le discussioni sulla praticabilità del piano sono piuttosto calde e il generale Tuker, capo della Quarta divisione indiana che dovrà sostenere l’onere principale dell’attacco esige, l’11 febbraio, un bombardamento massiccio preventivo. «Attaccare le difese del monastero senza averle prima preparate in modo conveniente equivarrebbe a scagliarsi a testa bassa contro la porzione più dura delle posizioni nemiche», afferma. Freyberg lo appoggia.

Alexander zittisce le perplessità

Clark, Keyes e Juin ritengono inutile il bombardamento, se non addirittura nefasto da un punto di vista operativo, perché le rovine del monastero potrebbero diventare un vantaggio per i nemici, cosa che puntualmente accadrà. Inoltre i danni di immagine rispetto alla distruzione di un edificio così importante dal punto di vista architettonico, culturale e religioso sarebbero stati enormi.

La parola decisiva, a favore del bombardamento di Monte Cassino, arriva il 12 febbraio, da parte di Alexander. Vince così, apparentemente, il pragmatismo militare e la volontà di rassicurare i soldati che dovranno lanciarsi all’attacco, facendogli intendere che troveranno le difese tedesche, se non completamente distrutte, fortemente indebolite.

L’attacco

Il 15 febbraio bombardieri medi e pesanti riversano 600 tonnellate di bombe sull’abbazia, che viene ridotta a un ammasso di macerie – muoiono i 230 civili che vi si erano rifugiati. Le bombe però colpiscono anche le posizioni alleate, provocando alcune vittime di fuoco amico e costringendo gli indiani ad una precipitosa ritirata.

Come previsto da Clark e da altri alti ufficiali le rovine dell’abbazia permettono alla Wehrmacht di nascondersi e difendersi con esse. Nonostante ulteriori bombardamenti nei giorni successivi, ben tre assalti della Quarta Divisione indiana sono arrestati sulle pendici di Monte Cassino, mentre la Seconda divisione neozelandese non riesce a conquistare la stazione della città.

Il 18 febbraio il fallimento dell’attacco pare evidente e il fronte torna a stagnare. Il 15 marzo, in un furore di bombe la città di Cassino viene rasa al suolo in quello che sarà il più massiccio bombardamento aereo del teatro mediterraneo. Alla fine sarà l’offensiva lanciata l’11 maggio 1944, secondo un piano di ispirazione francese, a spezzare la linea Gustav. Il 18 maggio le truppe polacche prendono finalmente Monte Cassino, mentre l’avanzata rapida del CEF attraverso gli Aurunci apre la strada per Roma, nella quale gli Alleati entrano il 4 giugno. Il prezzo, per gli Alleati sarà salatissimo, oltre 55.000 morti.

Il prezzo politico e d’immagine del bombardamento

La propaganda nazista si impadronirà immediatamente della scriteriata decisione di attaccare Monte Cassino, prima ridicolizzandone la lentezza e gli insuccessi Alleati e poi stigmatizzando la distruzione di un edificio di culto dall’irrecuperabile valore storico e architettonico. Già il 16 febbraio i reporter della Wehrmacht diffondono a oltranza le commoventi fotografie dei civili e dei monaci che fuggono dall’abbazia distrutta mentre l’alto comando tedesco costringe monsignor Diamare, abate di Monte Cassino, a partecipare a un’intervista radiofonica architettata dallo stesso Göbbels.

Gli Alleati non riusciranno ad effettuare un efficace operazione di anti-propaganda e a niente varrà l’intervento del Presidente Roosevelt, che già il 16 febbraio, ribadiva le direttive alleate in materia di preservazione dei monumenti storici e le serie perplessità riguardo al bombardamento dell’abbazia di Monte Cassino. Un’inchiesta del Ministero della Guerra britannico del 1949, smantella anche la principale giustificazione del bombardamento: non esistevano prove certe della presenza di truppe tedesche dentro o intorno all’abbazia, che avrebbero giustificato i raid.

Una ferita aperta

La ricostruzione, iniziata subito dopo la fine della guerra, ha mirato ad una riproduzione esatta delle architetture distrutte,  ma oggi  rimane ben  poco  dell’antico splendore dell’abbazia dei tempi dell’abate Desiderio. Le ferite di quel tragico e inutile bombardamento sono ancora aperte, quando nel 1964, durante la consacrazione dell’abbazia , quasi vent’anni dopo la posa della prima pietra, papa Paolo VI condannerà di nuovo il bombardamento del 1944, a suo parere simbolo della furia cieca e assurda della guerra.

Per saperne di più:

Bombardamento dell’abbazia di Montecassino

Fonti:

alcune voci di Wikipedia

AA.VV.,. I grandi errori della II guerra mondiale: Le decisioni sbagliate, le catastrofi annunciate, i fallimenti militari


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